.::  LE CORBUSIER  ::.

BIOGRAFIA


Negli anni '30 il grande architetto svizzero, Charles-Edouard Jeanneret, noto come Le Corbusier, si cimentò nel design di un'auto. Nel 1936 realizzò un progetto di vettura "minimalista, a funzione massimizzata", insieme al cugino, Pierre Jeanneret.

Come molti architetti, desiderava progettare una propria auto, e nel 1936, ebbe la sua occasione. Una competizione, sponsorizzata dalla Société des Ingénieurs de l'Automobile francese (SIA), cercò di stimolare la base industriale del paese con la progettazione di un'auto semplice ed economica per le masse, da mettere in vendita a non più di 8000 franchi.
Le Corbusier, che notoriamente chiamava la casa "una macchina per vivere", era affascinato da un altro tipo di macchina, l'automobile. I suoi scritti erano disseminati di riferimenti alle automobili: "Se le case fossero costruite industrialmente, prodotte in serie come chassis, l'estetica si sarebbe formata con sorprendente precisione", ha scritto in Toward an Architecture (1923). Nella sua "fase bianca" degli anni venti e trenta, ha insistito affinché i suoi edifici fossero fotografati con una moderna automobile in primo piano.

La Voiture Minimum era un'auto tozza e simile a una rana che sembrava, giustamente, come se fosse stata progettata con gli strumenti da disegno di un architetto.
La macchina era lunga 3750 millimetri, larga 1850 mm e all'incirca la stessa misura in altezza. Aveva una quantità sorprendente di spazio interno, con tre posti a sedere nella parte anteriore, ed un unico sedile sul retro. C'era un compartimento bagagli ed un ulteriore spazio per due ruote di scorta: una caratteristica intelligente considerato lo stato delle strade europee in quel momento. Il tetto curvo aveva un pannello scorrevole da aprire con il bel tempo.

I disegni per un auto prodotti da Le Corbusier sembrano fondere insieme i concetti stilistici dei vari periodi della sua architettura. L'angolo retto e le superfici piane delle architetture dal ‘20 al ‘30 e la liricità delle curve e delle superfici oblique di Ronchamp si fondono nei vari disegni della sua "Voiture".

Nella "Voiture" le superfici piane sono garanzia di migliore utilizzazione dello spazio e le forme curve e oblique assolvono al rigore funzionale dell'aerodinamica.

Le Corbusier non dedicò molto tempo a questo progetto: infatti, la maggior parte dei disegni sono del 1936 ed in questi possono essere individuati due modelli di auto (denominati con le lettere A e B) con caratteristiche stilistiche ben diverse ma, sempre per l'epoca, rivoluzionarie. Esse non entrarono mai in produzione, né furono realizzate come prototipi.

Sebbene la macchina di Le Corbusier non sia mai diventata realtà, nel 1987 Giugiaro ne ha realizzato un modello presso la Italdesign.
Giugiaro era affascinato dalla piccola macchina, notando che, "è talmente ricca di tocchi inventivi che anche oggi è da considerarsi tra le proposte più avanzate", e sottolineando che, "seguiva i principi dell'aerodinamica che erano stati percepiti molto tempo prima che i prototipi venissero inseriti nei tunnel del vento".

Gli studiosi che analizzano il lavoro di Le Corbusier generalmente liquidano "La Voiture Minimum" come una semplice nota a piè di pagina nella sua carriera. Ma l'architetto ha considerato sempre la piccola automobile uno dei suoi progetti più cari: un'auto semplice e funzionale da guidare fino a casa.

Fonti: Archimagazine - Fondazione Le Corbusier - Antonio Amado

REALIZZAZIONI


1936 La Voiture Minimum (Modello A)

1936 La Voiture Minimum (Ricostruzione di Giorgetto Giugiaro)

1936 La Voiture Minimum (Modello B)

1936 La Voiture Minimum (Ricostruzione di Giorgetto Giugiaro)


L'auto presenta delle soluzioni meccaniche in controtendenza per l'epoca, quali la disposizione del motore posteriore e soluzioni avveniristiche come la quattro ruote completamente sterzanti che ancora oggi non è possibile applicare completamente.
Per quanto riguarda la scelta del motore posteriore, trova sicura giustificazione nella migliore utilizzazione dei volumi: infatti, viene eliminata tutta la parte del cofano motore a vantaggio di una migliore abitabilità. Il motore posteriore è montato, a quell'epoca, solo in via sperimentale su alcune auto sportive (AUTO UNION del 1936) ed è ancora in fase di studio sulla Volkswagen di Porsche; unica eccezione, ma risalente agli anni 1924-28, era stata la Hanomag 2/10.

Novità assoluta e lo sarà fino al 1967 la disposizione di tre sediolini allineati, che verranno ritrovati in un'auto fuori serie nel 1966 (Ferrari 365 P), successivamente, in un'auto sportiva di serie (Matra Simca Bagheera del 1970) e, in tempi più recenti, nella Fiat Multipla. Le Corbusier è cosciente che la previsione progettuale per il contenimento dei costi può portare ad un'auto molto vulnerabile in caso di incidente e prevede paraurti avvolgenti sia anteriormente che posteriormente nonché protezioni laterali.
Stilisticamente, funzionalmente e costruttivamente tutta la carrozzeria è prevista come un contenitore ove tutto sta dentro senza alcuna aggiunta; questo è dimostrato dall'unico faro centrale incassato, dalle maniglie del baule e da tanti altri particolari. Il tetto è previsto apribile con una soluzione a scorrimento verso il lato posteriore della vettura.

Nel Modello B la linea sembra più convenzionale ma, per l'epoca, era rivoluzionaria. I parafanghi inglobati nella carrozzeria, il frontale inclinato all'indietro, le ampie superfici vetrate, sono tutte caratteristiche che saranno ritrovate solo in auto di qualche decennio successivo.

Il motore è ancora posteriore, come testimoniano le prese d'aria di tipo aeronautico presente sui parafanghi posteriori, ma il volume del cofano anteriore dà alla vettura uno slancio gradevole ed equilibrato. Questo studio non ha portato alla realizzazione di alcuna vettura, ma di certo ha influenzato i progettisti e stilisti negli anni successivi. La razionalità, l'economicità ed alcune soluzioni a base del progetto di Le Corbusier si ritrovano nel primo prototipo della Citroen 2CV del 1939; unica eccezione la presenza dei parafanghi esterni.

Testo di Umberto Panarella